Mai biasimare le sorelle Schlegel

Philippa Coulthard e Hayley Atwell nell’ultima versione TV di Casa Howard

La prima volta che vidi Howard’s End, e anche quando, anni dopo, lesi il romanzo di E. M. Forster, trovavo difficoltà a capire le sorelle Schlegel. Per togliere quella spada di Damocle perennemente sopra la loro testa, lo scadere del contratto di affitto della casa a Londra, bastava poco, cominciare a cercare nei annunci immobiliari. E invece lasciavano passare il tempo, prese dalle sue imprese senza senso, come dover salvare la vita del signor Leonard Bast rovinandola. Nei tempi di studentessa Erasmus a Villa Mirafiori, mi ritrovai nel romanzo di Theodore Dresler, “Sister Carrie”, con un altro procrastinatore compulsivo, George H. Hurstwood, traslocando ogni volta ad un appartamento più piccolo mentre vedeva i suoi risparmi rimpicciolire. Per non parlare dei patetici Tony Patch e Gloria Gilbert di F.S. Fitzgerald, i “Belli e dannati” che io definisco belli e viziati, sempre in attesa di un’eredità mentre, tra festa e festa, anche loro traslocano ogni volta in una casa più piccola senza fare niente per evitarlo. Alle Schlegel e ai Patch le cose finiscono bene, le prime trovano i Wilcox, i secondi l’agognata eredità, mentre che G.H. Hurstwood viene mollato da Carrie, diventa un barbone e alla fine si suicida.

Quando leggevo quei libri mi dicevo sempre ma come si fa, e invece mi ritrovo come loro; sapendo che dovrei fare qualcosa per andare avanti, ma senza farla, in quest’anno e mezzo pandemico. L’unica cosa alla quale mi dedico attivamente con un certo successo —la visione compulsiva di serie tv mi sembra un’attività piuttosto passiva— sono le camminate. Basta poco: prima un passo, poi altro, e via. Il corpo si abitua, ormai dai cinque chilometri a percorso sono passata ai dieci (in un po’ meno di due ore, mica devo battere un record olimpionico), le calorie bruciate aumentano, e l’app del mio telefono si congratula vivamente con me. Non che sia diventata una fica mega spaziale, con la mia tuta di passeggio sembro più una Eva Kant in sovrappeso che una dea del fitness, ma l’equazione è semplice: cammino “x”, brucio “y”, il mio cuore ringrazia lo sforzo aerobico.

Ma, per quanto riguarda tutto il resto, rimango paralizzata. C’è ancora tempo, mi dico, mentre passano mesi senza maturare un soldo di pensione. Tornerò nel vecchio ufficio a novembre, probabilmente per poco perché l’azienda è al capolinea, cosa che sapevo da anni. Ma nemmeno do uno sguardo agli annunci per paura di cosa troverò —anzi, cosa non troverò— per essere più precisi; ne ho approfittato questi mesi vuoti per finire il mio secondo romanzo, ne per scrivere una decina di racconti (soltanto uno, presa da una delle mie rare e brevi botte di ispirazione), ne tanto meno a battere il mio record di libri letti. Leggo, sì, ma a fatica. Ascolto parecchi audiolibri, sì, ma sono lo sfondo alle mie camminate e quindi possono passare alla categoria di “attività pasive”.

Per farla breve, in questi mesi ho imparato una lezione; mai biasimare le sorelle Schlegel.

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